indelebili legami fra Sardegna Paleolitica ed area Danubiana

su comintzu


Si sta facendo strada la impostazione di una ricerca su come e quando sia nata nella Sardegna (Paleolitica?) l’idea di rendere visibile la parola. È una ricerca che non ha parametri di riferimento. Pertanto, procederà seguendo l’istinto di kircande che, per sua natura libero da legami, seguirà viottoli (alla parvenza, assurdamente conducibili ad una meta), che dovranno essere dimostrati percorribili, proprio in carico ai risultati ottenuti (ammesso che ne scaturiscano alcuni).

* L’imprimatur a tale comintzu, avemmo questa estate, quando nel braccio meridionale d’una baia - un costone a precipizio sul mare in quella sua parte settentrionale - trovammo che facevano bella mostra di sé, questi due meravigliosi gruppi di “segni”, ivi proponentisi giorno dopo giorno (per moltissimi millenni?) al visitatore che fosse capitato a calpestarli e cercare d’interpretarne l’ermetico messaggio (a sa sarda?) ivi racchiuso, figure 1 e 2.

Qualcuno ricorderà come sia nostra convinzione che i Sardiani facessero rotta verso quello che è l’odierno Golfo di Trieste, dopo aver veleggiato per millenni (nel Paleolitico superiore) in tutto il Mediterraneo, lasciando nelle culture ivi fiorite, l’indelebile impronta della propria isola. Fecero ciò sia riguardo la sua estensione (costituita peraltro dall’intero blocco sardo-corso), Sardegna la più grande di tutte le isole, che rispetto alla sua denominazione, che venne alla luce undici millenni appresso, con la forma Σαρδώ, nelle descrizioni dei Greci classici, da Ecateo ed Erodoto fino a  Pausania.
Nelle vicinanze di Trieste, si hanno ben nove depositi databili dai 13.000 ai 6000 anni fa, che hanno restituito ossidiane. In uno, dei due più antichi di essi, i Sardiani lasciarono le ossidiane del Mediterraneo occidentale (trovandovi peraltro anche quelle recate dalle genti carpatiche). Da qui, essi intrapresero la via che fu naturale collegamento di culture, fra Alto Adriatico e Mediterraneo, con i paesi dell’Europa danubiana. Talmente valida, tale via, che la sua funzione strategica, l’uomo moderno, proprio in questi giorni ha rivalutato, progettando un canale navigabile fra Trieste e Bratislava.
Tracce indelebili delle frequentazioni sardiane delle rive del Danubio e delle aree contermini, si riscontrano, a detta degli specialisti, in quelle ceramiche la cui tipologia viene definita come campaniforme (2700-1900 BC), che peraltro in mano ai ceramisti sardiani (sempre secondo gli specialisti) risulta essere origine d’una autonoma interpretazione artistica. Stigmatizziamo, solo di passaggio, in relazione ai messaggi ivi contenuti, quanto disdicevole resti tuttora, la fiacca definizione di decorazioni a tratteggio obliquo, triangoli con puntinato orizzontale, banda liscia a zig-zag, ecc., ad essi attribuita. Come si arguisce da quanto sopra, se pur ammesso (ma da nessuno dimostrato) che i Sardiani abbiano importato quella tipologia vascolare, poiché gli specialisti riconoscono in quella sardiana una specifica particolarità, pare evidente che gli attori di tale peculiarità artistica, abbiano provveduto ad una debita divulgazione, nei loro viaggi nell’area danubiana, della loro novità, innescando ivi un ulteriore processo innovativo.
Ma la consistente prova delle ben più antiche frequentazioni sardiane dell’area danubiana, sono i resti scheletrici di tipi danubiani rinvenuti in contesti funerari (al momento in numero di cinque) della Sardegna Paleolitica e della Sardegna nella sua attuale conformazione, databili tra 10.000 e 6000 anni prima d’ora. Va ricordato che per la presenza in uno di essi, di resti femminili solo appartenenti alla tipologia danubiana, ipotizzammo un archetipico ratto delle danubiane, operato dai Sardiani circa sette millenni addietro.
Bene, riguardando parte degli studi (che vari scienziati portano avanti sulla scrittura nell’Antica Europa) ove sono documentati i segni atti a comunicare (trovati su supporti materiali ed usati dalle genti danubiane dall’ottavo millennio da oggi), estrapolati dall’insieme dei reperti provenienti da quella vasta area culturale, abbiamo constatato come, quelli contenuti nei due gruppi delle nostre figure, siano certamente ivi rappresentati, essendo parte di una elaborazione di segni di base e segni radice essi stessi. In linea generale sono definiti “segni rituali pertinenti una deità”, ma aventi anche una accezione numerale. D’altro canto, la bi-linea (e la sua reiterazione, secondo la Gimbutas) risale al Paleolitico superiore, rappresentando il simbolo della Dea gravida, mentre la trilinea inscena rapporti semantici con principio e divenire.
La nostra attuale nulla preparazione, nel merito sia generale sia specifico della tematica, non ci lascia avanzare delle ipotesi, ma fare, questo sì, delle constatazioni. La prima vede in quella falesia, al limitare di un dolce pendio, di natura rocciosa, esteso alcuni ettari, digradante verso il mare che sottostà a 40 metri, un luogo adatto ad essere eletto altare dedicato all’Immensità Divina, la cui presenza si staglia di lì, oltre il mare, verso l’infinito. Pertanto, nell’altare edificato dalla sola mano del Dio, è lecito il materializzarsi di preghiere liberatrici che si generano all’istante, consegnate in forma monumentale al futuro sempre presente, per il tramite di un illuminato artista/sacerdote, vivente nella Sardegna Paleolitica. Se quei segni siano ivi prima del sorgere di quelli d’area danubiana, non sappiamo, ma paiono certo essere legati ad essi da una parentela molto stretta.

* Grotta Verde, Alghero. Per G. Tanda (1998) i reperti più antichi della Grotta Verde sono databili al 4500 a.C. Secondo R.H. Tykot (1994), le datazioni calibrate più lontane sono da riferirsi al 5300 BC. Tale loro valutazione è però solo rivolta all’inquadramento temporale della ceramica e dei materiali databili, non certo alla datazione della più antica frequentazione del sito ed alle restanti sue umane testimonianze.

In relazione ai “segni” presenti in questa grotta, una parte di essi in numero di dodici, furono riportati dal Lilliu nel 1963, su La civiltà dei Sardi, dal Neolitico all’età dei nuraghi. L’archeologo di Barumini, non era proprio un indefesso lavoratore come il Taramelli; crediamo anche che egli nella Grotta Verde non andò mai, almeno prima di scrivere il suo libro. Tanto è vero che i dodici “graffiti schematici”, ch’egli propone a pag. 115, non sono suoi, ma del sig. Enrico Atzeni, il quale, a sua volta, non li riprodusse andando nella grotta e disegnandoli dal vero, ma desumendoli dalla pubblicazione di A. Segre. Recentemente, da G. Cannas, è stato riscoperto un altro insieme di simboli simili, già presenti su una vecchia guida della Sardegna. Abbiamo preso, la foto e parte della didascalia (che riproduciamo di seguito in Fig. 4) da M. Ruocco -1975- Sardegna, Tognoli, Livorno Antignano. Ebbene, facendo un semplice controllo visivo di questi ultimi simboli, perché è più autentico esame quello fatto su una copia fotografica (che non quello fatto su una copia manuale di altra copia manuale, come quella dell’Atzeni dal Segre), abbiamo constatato come i segni, presenti nella foto, siano riconducibili, al 95%, a quelli tipici del Danube script.
D’altronde, alla vista del piccolo mappamondo iscritto di Lepenski Vir, ci è di nuovo venuto in mente il nuraghetto di Uras, al punto che siamo stati spinti a vedere quali dei suoi dieci segni, così come rappresentati su La stele di Nora - The Nora stele, di G. Sanna, con versione inglese di A. Losi, fossero incisi sul minuscolo mappamondo. Ebbene, abbiamo trovato che i segni che si ripetevano nei due oggetti sono soltanto tre. Ma, tutti quanti i segni del nuraghetto, sono ben presenti fra quelli della scrittura danubiana.
Naturalmente, sono ancora molti i raffronti che si possono intessere, anche per altre località della Sardegna (da assoggettare a revisione cronologica), come Anghelu Ruju, Sardara, Locci-Santus, Serra Is Araus, Monte d’Accoddi, ecc., ecc., ecc. Non v’è intenzione d’andare oltre su questa che è una strada per percorrere la quale, al momento, è assente la necessaria competenza. Ma, porgiamo, intanto, questo splendido tema nelle mani di chi ami progettare l’impossibile per avere l’eternità.

Fig. 1

Gli ardimentosi che desiderino fornire il proprio contributo in questa avventura ricercatoria, i cui limiti sono stabiliti soltanto dalla personale capacità di osare oltre il lecito oggi accettabile, pur attenendosi al fermo controllo della propria capacità di seguire una logica connessione fra gli apparati mentali all’uopo costrutti, possono comunicare con questo sito, presso il quale, dopo il necessario dialogo di presentazione delle proprie idee, saranno posti in visione loro percorsi, suggerimenti e determinazioni.


Fig. 2

La figura che abbiamo posto come terza (che vediamo gravida di linee parallele in combinazione con sequenze di chevron, quest’ultimo interpretato come segno stenografico del triangolo pubico), che riproduce un complesso motivo dal quale sono state tratte interpretazioni forse non coerenti con il suo complesso significato e che amiamo accostare al tema del quale stiamo trattando, risultava giacere non lontanissima da un Nurake arcaico. L’attributo temporale che usiamo per indicare, se pur grossolanamente, il notissimo monumento sardo, rivestiamo di una accezione ben più vetusta (a ragione di considerazioni che renderemo note appena complete) di quanto solitamente si intenda. Ciò potrebbe collocare quell’insieme di segni e il loro contenuto semantico, in prossimità delle epoche qui in discussione.


Fig. 3

Fig. 4